Paese

Dati Generali
Il paese di Putifigari
Putifigari è un piccolo Comune della provincia di Sassari. È situato a 267 metri sul livello del mare su una collina da dove si ammirano le coste della Riviera del Corallo. Conta 701 abitanti. Dista 31 km da Sassari. Il paese nasce intorno al 1365 quando re Pietro d´Aragona donò il feudo a Don Pedro Boyl. I più sostengono che il toponimo derivi dal latino Puteum (pozzo) e Vicarius (vicario), che significherebbe pozzo, cioè villa gestita da un vicario.
Il territorio di Putifigari
Altitudine: 18/506 m
Superficie: 53,12 Kmq
Popolazione: 701
Maschi: 359 - Femmine: 342
Numero di famiglie: 237
Densità di abitanti: 13,20 per Kmq
Farmacia: via Gramsci - tel. 079 905155
Guardia medica: (Ittiri) - tel. 079 440328
Carabinieri: via Umberto I, 9 - tel. 079 905022

Storia

PUTIFIGÀRI o POTIFIGARI, villaggio della Sardegna nella provincia d’Alghero, compreso nel mandamento d’Itiri della prefettura di Sassari, e già parte della curatoria di Coros che era uno dei dipartimenti del regno di Logudoro tra la Nurra, il Nullauro, la Nurcara, Figulina, Fluminaria e Montes.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 33' 30" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 39' 20".

Sorge sulla pendice di una collina protetto alquanto dal ponente a borea, scoperto a’ scirocchi e levanti, onde l’aria è piena di umidità, fortissimo il calore nella state, raro fenomeno la neve nell’inverno.

I temporali non sogliono arrecar danno agli agricoltori, come fa sovente la nebbia.

Le pioggie sono come altrove piuttosto scarse.

L’aria non è molto salubre, e in alcuni mesi è impura di miasmi nocivi. Se fosse maggiore intelligenza negli uomini sarebbe minore e quasi nulla la malignità che nuoce ai forestieri, e talvolta anche ai naturali.

Le case sono costrutte di pietre con argilla in luogo di calcina, ed hanno un cortile cinto da muro secco o da siepe. Tra i fabbricati nessuno è notevole fuori del palazzo baronale.

Monumento della antica giurisdizione criminale de’ baroni sopra i loro vassalli vedesi una piccola prigione.

Territorio. In rispetto alla popolazione esso è assai esteso, e sarebbe sufficiente al ventuplo della medesima, o a dieci paesi di 500 anime ciascuno, perchè la sua estensione si calcola non minore di miglia quadrate 22.

La superficie è montuosa, ma non aspra, e potrebbesi in ogni parte esercitarvisi l’agricoltura.

Le principali eminenze hanno i nomi di Sedonai, Marrone, Londras, Sufocu, Montemajore che sorge a poco più d’un miglio all’austro del paese, dalla sommità del quale si può vedere intorno un vastissimo orizzonte, e prossimamente l’agro amenissimo d’Alghero, quindi le sue marine, il golfo torritano, l’Asinara ecc. Aggiugni i colli appellati Sa Quessa, Rascieri, Peddone, Timonas, Sa Caccia manna, Ispidde, Rocca-ruja, Picchedda.

Fra le roccie del territorio di Putifigari riconoscesi il diaspro rosso, un po’ screziato della stessa tinta, sebbene alquanto più cupa, la selce piromaca oscura e il quarzo concrezionato in decomposizione tinto in verde dal rame carbonato.

Sola la decima parte del territorio è dissodata e si coltiva male, il rimanente è coperto di vegetabili.

Gli alberi ghiandiferi sono sparsi per tutto, e in numero maggiore de’ lecci e delle quercie i roveri, onde si formano considerevoli selve.

Gli olivastri trovansi passo passo e alcuni molto annosi a grossissimo tronco; nè sono meno comuni i perastri, i pruni.

Le legne cedue ingrombrano la massima parte del suolo con gli arbusti del corbezzolo e del mirto, i lauri, il lentisco, i timi ed altre piante aromatiche che fan soavi le aure.

Le selve di Putifigari vedonsi prospere, ed è da gran tempo che non si destò incendio fra le medesime; si accese però il fuoco in più parti dove erano sole specie cedue, ma rinacquero le piante dai loro sterpi, e vegetano con molto lusso.

I ghiandiferi e i salti di Putifigari sono abbondantissimi di cinghiali, daini e cervi, martore, lepri e volpi, e hanno tutte le sorta di volatili che amansi da’ cacciatori.

Le fonti sono poche e comunemente poco copiose. Meritano menzione quelle di Badde-Mele, Sa vena frisca, Sos Bandidos, Sos Narvones, su Fangone, Sa Marassa, Sa Tragonaja, Sa Pischina-altare. Nel paese bevesi un’acqua che pesa sullo stomaco, il che è una costante causa di insalubrità.

Dalle medesime si formano alcuni rivoli tributari del fiume d’Alghero, e altri del Temo.

Tra quelli che formati da scaturigini di altre contrade entrano in questa indicherò il fiume di Scalamala che scorre verso borea lungo i limiti orientali della selva ghiandifera di Valverde e traversando la gran tanca di Rudas va ad unirsi a quello di Alghero al ponente-maestro di Putifigari. I principii di questo sono dal rio Sa Enafrisca e da quello di Baddemele procedenti uno e l’altro dalle fonti che sono nel monte che sorge a levante del porto della Speranza, i quali si congiungono nella convalle di monte Maggiore al suo ponente e uniti cadono con gran fragore da una alta rupe verticale, formata nel modo della mensa d’un altare, in un gran bacino scavato notevolmente nella stessa roccia, circondato di mirti, allori, corbezzoli e annose quercie, soggiorno caro alle tortore e gazze, alle filomene, ed a’ canori usignoli, dove i passeggieri arrestansi a riposo tra le grate ombre e le dolci melodie, dove i baroni di Putifigari, quando faceano caccia nelle prossime regioni, andavano con la loro comitiva per ristorarsi con laute mense campestri imbandite di varie specie di selvaggio e di anguille squisite, che come in un serbatojo artificiale trovansi in quel bacino e facilmente colgonsi col giacchio.

Questa specie di pesci è pure numerosa ne’ gorghi dei fiumi, e i putifigaresi sono tanto destri a prenderle infilzandole con la lesina, che talvolta in questo modo quando le acque sono basse riesce a un solo individuo, e in poche ore, di prenderne da quindici a venti libbre fra’ giunchi e sotto le pietre. Alcuni però di essi, quando il posson fare usano di avvelenare le acque de’ tonfani, distruggendo così la specie in quel sito e cagionando gran pernicie agli animali che vi si dissetano.

Il lentisco vegeta per tutto in grandi macchie e produce molto frutto, dal quale non si sa ricavare tutto l’olio, perchè per mancanza di molino lo pestano co’ piedi dopo di averlo tratto dall’acqua bollente entro un sacco. Cotesta incuria degli uomini profitta agli animali che si impinguano del medesimo.

I pastori di Putifigari perchè ne’ loro ozi attendono a insidiar le specie selvatiche godettero in ogni tempo della riputazione di esperti e destri cacciatori, epperò le caccie, dov’essi servivano, erano sempre fruttifere e gratissime. Nel paese e nelle contrade d’intorno è ancora viva la fama di Giovanni Caddeo, uomo di piccola statura e di grande agilità, pastor di capre e di porci, il quale quasi giornalmente attendeva alla caccia, e vi attese dall’età di 16 anno sino a quella di 75 in cui morì verso il finire del 1820, uccidendo in totale, daini 2084, cervi 1843, cinghiali 3046, vale a dire capi grossi 6973, senza far conto delle specie minori, volpi e martore, e de’ volatili. Pratico di tutte le regioni del putifigarese sapea dove le fiere solevano frequentare, ne riconosceva le orme e sapea trovarle. Era in tre modi che facea la caccia. Or mettendosi in agguato sopra un albero, cavalcione in un ramo, aspettava che la fiera uscisse dalle macchie per pascolare; or si appiattava fra’ cespugli presso il fonte, dove dalle traccie sapeva che la fiera era solita andare, e nella calda stagione quando la messe dell’orzo è già matura e i cinghiali ghiotti delle spighe non ancora secche, vanno a mangiarsele, ponevasi sopra i passi che gli animali aveano lasciati impressi certo che ritornerebbero al pascolo per la stessa via: le quali maniere di caccia sono quelle che i sardi dicono de oretu o oritu. Era una gran maraviglia per tutti che il Caddeo non fosse mai stato offeso in cotesto modo pericoloso di cacciare il cinghiale, perchè se l’animale sia leggermente ferito assale con ferocia l’uomo. Egli fu più volte assalito, e destro come era lottò col ferro e n’ebbe vantaggio.

Dopo la morte di questo famigerato cacciatore si trovarono appesi nella capanna tre diversi rotoli di tessere, nelle quali era solito incidere il numero delle vittime nelle tre diverse specie sunnotate.

Popolazione. La popolazione di Putifigari, raccolta in sull’accennato colle della Neve, non è di data molto antica perocchè troviam nel diploma del re D. Pietro d’Aragona dei 6 maggio 1364, segnato in Valenza, che D. Pietro Boyl per il suo valore e prodezze, e per il merito del suo avo, maggiordomo del re D. Giacomo, ebbe conceduta col titolo baronale la signoria delle terre e de’ salti di Putifigari, che altro non erano in quel tempo, che ampie lande di folte boscaglie, tra le quali erano disperse molte capanne, e vedeasi nella parte centrale, dove ora è il paese, un casale con una piccola chiesa nel modo stesso nel quale attualmente è dispersa la popolazione della Nurra e delle cussorgie della Gallura.

I pochi coloni dell’ampio territorio detto di Putifigari non erano avanzo della sola antica villa di questo nome, perchè vuolsi che nel medesimo fossero già esistite altre popolazioni, una detta Manstole, l’altra Sortis, la terza Tifis delle quali troviamo menzione nelle vetuste carte, siccome di popolazioni che faceano parte dell’antica curatoria di Coros, regione centrale degli antichi popoli coresi.

Qual numero di famiglie abitasse in questa baronia prima del 1654, cioè prima del censimento fatto dopo la pestilenza del 1651-54, è ignoto per mancanza di monumenti.

In quel censimento furono notati 23 fuochi, cioè poco più di 100 anime; in quello del 1678 si scrissero fuochi 48; in quello del 1688 fuochi 44, finalmente in quello del 1698 si descrissero fuochi 43 con uomini 62 e femmine 80.

Lo stabilimento di quelle famiglie nel sito, dove oggi vedesi il paese, è un fatto recente, del quale fu autore il barone D. Pietro Pilo-Boyl, primo che si ebbe il titolo marchionale da tanto tempo meritato, e domandato a’ sovrani dallo stesso consiglio municipale di Sassari per maggior dignità d’una famiglia molto benemerita e poco ambiziosa.

Il marchese D. Pietro volendo pertanto riunire i dispersi vassalli fabbricò a sue spese un gran numero di case disponendole lungo due grandi strade, ampliò la chiesa, ristaurò il palazzo baronale e avendo radunate le famiglie dei suoi vassalli, e invitato al nuovo domicilio con molti vantaggi quanti volessero venirvi, educò con molta prudenza quella associazione assistito nella bell’opera dalla nobile sua consorte, che era donna di molto senno e sentimento. Soggiornando per sei mesi nel castello fra’ vassalli occupavasi quella signora del bene de’ medesimi, fondava da’ proprii suoi denari il monte di soccorso ai poveri agricoltori, radunava nelle sue sale tre volte ogni settimana i piccoli d’uno ed altro sesso e li istruiva negli elementi della dottrina cristiana e nei principi della morale, forniva la chiesa de’ necessari arredi, visitava gli infermi, li assisteva somministrando di sua mano i medicinali e soccorreva ai bisogni de’ poverelli. Tanta benevolenza verso gli ignoranti, ammalati e poveri sarebbe causa di gran lode a sua gran signora in questi tempi umanissimi; ma quanto apparisce maggiore il merito di queste opere se si consideri il tempo in cui furono fatte, e dirò in un tempo quando i feudatari sardi tiranneggiavano per i loro fattori i popoli infelici che aveano vassalli, e tanto li stimavano quanto un branco di pecore.

Mentre la marchesana così studiava in bene del popolo, il marchese dall’altra parte sollecitava l’incremento dell’agricoltura, e il miglioramento della pastorizia, per cui chiamava nel feudo persone pratiche dagli stati di Terraferma con l’obbligo di mostrare a’ suoi le buone maniere dell’arte.

Nel 1845 la popolazione di Putifigari componeva-si di anime 380, e distintamente di maggiori d’anni 20, maschi 100, femmine 125, di minori, maschi 75, femmine 80, distribuite in famiglie 85.

Per vedere il progresso di questa popolazione ne’ tempi nostri noterò due censimenti, uno del 1801, dove gli abitanti di Putifigari sono al numero di 258; l’altro del 1826, dove sommano a 293.

Sono piuttosto di buon carattere morale, se non che possono essere accusati d’infingardaggine e di gusto molto dichiarato al vino, che amano assai gagliardo, onde che preferiscono quello delle vigne algheresi al prodotto delle proprie vendemmie.

Ne’ giorni festivi passano alcune ore nella solita ricreazione delle danze e del canto, e alcuni di miglior ingegno contendono fra loro in dispute di poesie, rappresentando i pastori virgiliani.

Anche le donne partecipano dello spirito poetico, e quelle che in esso più valgono, quando sono un po’ attempate vanno ai funerali per l’attito, e cantano le lodi del defunto.

Il movimento della popolazione diede annualmente i numeri seguenti, nascite 15, morti 10, matrimoni 3.

Le malattie mortali sogliono essere le perniciose e più sovente le infiammazioni.

Proporzionalmente sono in questo popolo molti grandevi che conservano sino a tardi anni un sufficiente vigore nelle membra e si servono bene de’ sensi e delle facoltà intellettuali.

Per la cura della salute non si ha più che un flebotomo; i soliti medicamenti sono la lancetta e alcune erbe campestri.

Professioni. Tra grandi e piccoli quelli che attendono all’agricoltura sono circa 60, quelli che fanno la pastorizia 65. Tra’ medesimi si trovano alcuni che fanno pure da muratori, da fabbri-ferrari, da falegnami, altri, e non pochi, che fanno carbone.

Quasi tutte le famiglie possedono qualche bene.

Le donne lavorano al telajo per provvedere all’uopo della famiglia e per vendere. Sono di qualche pregio le coperte di letto ornate di rilevati fiorami.

Scuola. Non vi concorrono più di tre fanciulli. In tutto il popolo tre soli sono che sappian leggere e scrivere così così, il vicario, il notajo, e il flebotomo. Da ciò si vede che abbia prodotto l’insegnamento elementare dopo 25 anni, da che è stabilito.

Agricoltura. A malgrado di tutti gli eccitamenti dati dai marchesi l’agricoltura ha poco proceduto, e gran parte delle terre ottime per la cultura de’ cereali restano incolte.

Di circa 18 mila giornate, di quante si può computare l’area territoriale di Putifigari, non sarà molto più di 1900 starelli la parte culta; dico la parte culta, perchè la produttiva non sarà più di ottocento giornate.

I putifigaresi hanno tre vidazzoni, cioè tre regioni, nelle quali seminano alternativamente, sì che ciascuna vidazzone riposa a maggese per due anni, e nulla produce, perchè sogliono i coloni mutar le semenze.

Le quantità de’ vari semi sono ordinariamente ne’ numeri seguenti, starelli di grano 525, d’orzo 250, di fave e legumi 50. Si semina di lino star. 25.

La produzione media è del 7 pel grano, del 10 per l’orzo, del 6 pe’ legumi.

L’arte agraria consiste tutta ne’ metodi tradizionali, e in molti pregiudizi.

Degli agricoltori suindicati 36 fanno i lavori con l’aratro, 26 con la zappa, e questi diconsi narbonai.

I narbonai, come spiegammo altre volte, scelgono un pezzo di terreno nella landa, tagliano le macchie, le bruciano, spargono la cenere, smuovono il terreno sodo e quindi arano. I loro prodotti sogliono essere più notevoli.

La dotazione del monte granatico dopo tante sofferte calamità è molto ridotta; quella del fondo nummario è annuallata da gran tempo.

Le regioni più fertili sono la denominata di Rudas verso Alghero, quindi verso Itiri e Villanova di Monteleone.

Le vigne non sono più di 26, piccole e mal coltivate, onde si ha poco mosto e vino cattivo. Se quei terreni avessero altri coloni, i prodotti non sarebbero certamente niente inferiori a quelli del vigneto algherese, essendo le terre di non minore bontà.

Le piante fruttifere sono in piccol numero e in poche specie e varietà. Bramano le frutta nella loro stagione, e se non le comprano da’ paesi vicini devono molti lasciare senza satisfazione il loro desio.

Ho notato che sono numerosissimi in questo territorio gli olivastri; dico che si potrebbe ottener da’ medesimi, quando fossero ingentiliti, un frutto immenso, e che tuttavolta nessuno in vista del gran lucro che avrebbe si è scosso dalla sua indolenza.

Pastorizia. Le regioni silvestri di Putifigari abbondano di pascoli, e sono questi de’ migliori del regno per l’abbondanza dell’erbe aromatiche e sostanziose che non mancano nè pure nella stagione invernale, sono tanto ampi, che anche nell’imperfetto attuale sistema pastorale vi potrebbero essere nutriti non meno di 25 mila capi e si potrebbe aversene un prodotto copioso e di rara bontà. Ma a che giovano i doni della natura se manca la diligenza e la intelligenza, difetti che sfortunatamente si vedono in tante parti dell’isola e si deplorano?

Non ostante però cotesti gravissimi difetti il frutto che si ha dal bestiame è notevole, calcolandosi per media che ogni pecora produca tra latte, lana e feto l.

n. 5, le capre altrettanto, le vacche, le cavalle e i porci il 12 o il 15 per cento. Le vacche vi si mungono solo per il tempo che poppano i vitelli.

Il bestiame è meno che altrove soggetto alle malattie comuni atteso la bontà e indeficienza de’ pascoli, la temperatura del clima, tepido nell’inverno, non molto caloroso nella estate per la influenza delle brezze marine, che sono qui ancora ben sentite.

Non si vedono che in rari siti delle capanne pastorali temporarie. Per non darsi la pena di tagliar de’ rami e comporli in cono e poi rivestirli di frasche e felci restano piuttosto senza tetto; però ne’ tempi di burrasca e ne’ grandi calori sono costretti a ripararsi sotto gli annosi lecci e i roveri.

I pastori consumano per la loro sussistenza la quarta parte del latte.

Quantità del bestiame. I numeri seguenti rappresentano approssimativamente il numero de’ capi mansi, buoi pel servigio agrario 72, cavalli da sella e basto 50, giumenti 80, vacche mannalite 40.

Nel bestiame rude si possono annoverare, vacche 400, cavalle 100, capre 2000, porci 500, pecore 350.

Apicoltura. Nessun luogo più propizio alla medesima quanto queste regioni temperate, sparse di timo e d’altre piante aromatiche e adorno quasi sempre di fiori campestri; non pertanto questa cultura è negletta e sono pochissime le arnie che si trovino.

Le api putifigaresi producono pure del miele amaro.

Commercio. Uno de’ maggiori inconvenienti è la mancanza de’ ponti su’ fiumi, per cui o devesi aspettare che le acque si abbassino per guadarle, o fare lunghi giri; l’altro è la difficoltà delle vie, dove non si può carreggiare, perchè i trasporti si devon fare sul dorso de’ cavalli. La strada provinciale ad Alghero dista dal paese verso tramontana dove meno, miglia 3 1/6, e prima di giugnervi devesi valicare il canale maggiore del fiume di Alghero.

Gli articoli che si mandano al mercato di Alghero, sono cereali, pelli, formaggi, legna e carbone. Quest’ultimo articolo è quasi de’ più proficui; ma se non si mette ordine i carbonari continueranno la devastazione delle boscaglie, in cui faticano da tanto tempo.

Religione. Putifigari è nella diocesi d’Alghero, ed è servito nelle cose religiose da un solo prete, che ha il titolo di Rettore, ed ha il privilegio di celebrare due volte nei giorni festivi. La sua decima si calcola di 120 starelli di grano, 60 d’orzo, 10 di legumi ecc., a che si aggiunge per il bestiame che nasce nel territorio di sua giurisdizione la somma di l. n. 200, in totale l. n. 1200 in circa.

La titolare è la N. D. sotto il titolo dess’Ena-frisca (fontana fresca).

La festa principale è per la detta titolare. Intervengono alla medesima molti forestieri da’ paesi vicini, e si danno pranzi gratuiti.

È notevole che in questo territorio non trovisi alcun nuraghe nè altro monumento, mentre sono sparsi per tutto altrove, e vedonsi in gran numero entro aree meno estese.

Feudo di Putifigari. Il territorio putifigarese, che in sulla fine del regno di Logudoro era compreso nell’ampio stato, che i Doria del ramo sardo possedevano nella Sardegna nelle migliori contrade di quel regno, venne poi a mani regie, dopo che il re Pietro si impossessò della villa dell’Alghiera togliendola a’ Doria, e ne faceva dono a Pietrino de’ Boyl, che era uno de’ suoi più distinti e benemeriti cavalieri.

Non avendo noi finora fatto conoscere le formole, delle quali servivasi la cancelleria aragonese nelle investiture, presenteremo quella, per cui il re D. Pietro gratificava al suo consigliere Pietro Boyl in considerazione de’ servigi suoi e de’ suoi maggiori l’onore baronale, il feudo e castello di Boyl nel regno di Aragona, e al suo figlio Pietrino il dominio e i salti di Putifigari in Sardegna. Allo stesso tempo il lettore imparerà qualche cosa sopra i meriti di Pietro Boyl, del suo figlio e de’ loro maggiori.

Ecco le parole del Re:

«Torna a nostra gloria, ed a grande letizia del cuor nostro, quando nella Real nostra Casa, e fra gli assistenti al nostro lato, ed i nostri alunni troviamo uomini dotati di discrezione, e che la generosa stirpe infiamma ad azioni valorose, ed a conseguire maggiore nobiltà di grado, sia con continuata dimostrazione di ossequio, sia con sincera affezione della mente. Pertanto, ricordando noi i lodevoli servigi che i progenitori vostri, o consigliere nostro Pietro Boyl milite, rendettero, specialmente Pietro Boyl milite avo vostro, maggiordomo del Serenissimo Re Don Giacomo, il quale, come le antiche memorie dimostrano, servì l’avo nostro nel regno di Sicilia, e il padre nostro Don Alfonso allora infante nel regno di Sardegna, dove nel-l’assedio di Villa Iglesias incontrò il temine di sua vita: ricordando altresì i servizi che Raimondo Boyl milite padre vostro prestò a Noi ed al nostro genitore, e quelli più particolarmente da voi stesso rendutici fin da che essendo ancora fanciullo e tostochè foste abile al maneggio delle armi prendeste servizio nei nostri eserciti prima ancora del nostro passaggio in Sardegna, nel quale ci veniste compagno insieme col nobile vostro figlio Pietro Boyl nell’espugnazione d’Alghero, avendo colà per cagione di malattia incorso pericolo di vita, ed essendo colà ritornato dopochè ottenuto da Noi il permesso di rimpatriare ricuperaste la vostra salute: ricordando oltre a ciò gli altri vostri servizi in ogni nostra guerra, ed in varie legazioni da voi sostenute presso alcuni Re Mori non senza rischio e fatica della vostra persona, e particolarmente il maggior servizio prestatoci allorchè essendo voi Capitano per nostro ordine nella città di Valenza stretta di forte assedio dal Re di Castiglia, poneste mano insieme coll’esercito alla ricuperazione del Castello del Poggio occupato dal detto Re di Castiglia con grande danno della vicina città di Valenza; e quando uscendo incontro a Giovanni Alfonso di Xerica, che con molti cavalli e pedoni del Re di Castiglia era venuto a far sgomberare l’assedio di esso Castello, voi lo sconfiggeste virilmente con molta strage de’ suoi soldati; dopo la qual cosa esercitando voi il detto ufficio di Capitano, e venendo la Città assediata dal predetto Re di Castiglia, voi la difendeste animosamente dai giornalieri assalti datile, combattendo coraggiosamente coi fedeli nostri abitatori di essa Città, fino a che giungendovi noi stessi con fiorente esercito il Re nemico presentito il nostro arrivo riparò fuggendo alla Città di Murovecchio, per la qual cosa entrando noi trionfalmente nella Città, voi la rendeste a nostre mani salva nel giorno 28 passato aprile: per le quali cose tutte da noi attentamente considerate siamo venuti nella determinazione di premiarvi con un segno della Reale nostra munificenza. Quindi è che voi Pietro Boyl con questo nostro Diploma inalziamo di nostro moto proprio al grado, onore e titolo di Barone insieme con tutta la vostra progenitura e posterità, talchè in perpetuo voi ed essi abbiano a godere del detto grado e titolo di Barone, dell’onore della nobiltà, e di tutte le immunità, grazie, prerogative, libertà e franchigie delle quali i ricchi uomini e Baroni della nostra terra più abbondantemente godono e sono soliti a godere, sia per uso, sia in altra maniera che a voi e ai vostri posteri possa adattarsi. Volendo altresì che la nostra munificenza Regale vi sia non solamente onorevole, ma anche proficua e comoda, col presente di nostro moto proprio diamo e concediamo al vostro figlio Pietro Boyl dimorante in Sardegna, intervenuto anche egli coraggiosamente nell’espugnazione d’Alghero, ed ai successori di lui in perpetuo collo stesso titolo di Baronia, ed in feudo onorato secondo la consuetudine di Catalogna, il dominio e i salti di Putifigari con tutti i confini, e con quelli che abitano ed abiteranno esso luogo, e con ogni giurisdizione civile e criminale; i quali salti confinano coi termini dei luoghi di Alghero, Uri, Villanova, Olmedo, ed Itteri; e siccome essi terreni confinano coi detti luoghi, così noi li doniamo e concediamo, con tutti i dritti e proventi, e colle uscite e rendite, acciò li tenghiate per Noi e nostri successori in feudo come si è detto pure onorato. Diamo inoltre a Voi ed ai vostri in perpetuo, in feudo pure onorato secondo la consuetudine di Catalogna, il Castello e luogo nostro di Boyl situato nel regno d’Aragona, dal quale i maggiori vostri presero da tempo antico il cognome, con i villaggi termini e dipendenze sue tutte, e coi soldati e con tutti gli uomini e donne di qualunque condizione che ivi esistano e che colà abitano od abiteranno, col mero e misto impero, con ogni giurisdizione civile e criminale, e coi pedaggi, dritti, alberghi, redditi ordinarii, censi agrarii, forni, molini e macelli e gli altri dritti tutti quali possedettero dai nostri predecessori e da Noi si posseggono, intieramente e senza alcuna ritenzione, con ciò solo che queste cose tenghiate per Noi e pei nostri successori in feudo onorato. I termini del detto luogo e Castello confrontano coi confini di Ainza, Torressiglia, Morcat, Bellostas, Saza, Castellano, Artussa e Costuellosa, e come confrontano tali termini così a voi e ai vostri in perpetuo li diamo e concediamo a titolo di pura e perfetta donazione irrevocabile con tutti i diritti predetti anche non espressi di qualunque nome, i quali diritti a Noi appartenenti per diritto, foro o consuetudine del Regno, o altrimenti, benchè non espressi, vogliamo si tengano qui per espressi, estraendo noi tutte le predette cose dal nostro dominio e proprietà, e trasferendole nella proprietà e possessione corporale di voi e dei vostri irrevocabilmente, riconoscendo noi di possedere intanto le stesse cose a titolo di precario fino a che passino effettivamente a vostre mani. Ordiniamo perciò al fungente le veci di Governatore della Sardegna e di Aragona ed ai loro luogotenenti, ed agli altri Ufficiali Regii ai quali avrete ricorso, che al dimostrarsi loro il presente, senza aspettare altro nostro mandato, vi pongano in possessione delle cose da noi datevi, ve le mantengano e difendano. Inoltre mandiamo pel presente, che vogliamo tenga luogo in tal parte di Regia Lettera, ai militi ed alle Signore, agli uomini ed alle donne nel detto luogo e Castello abitanti o che vi abiteranno, che tengano voi e i vostri successori in perpetuo per veri loro Signori, e vi obbediscano e prestino a voi od al vostro procuratore giuramento di fedeltà, omaggio e vassallaggio come a Noi erano tenuti prestarlo: imperciocchè Noi gli assolviamo tutti in tal modo dalla fedeltà, omaggio e quantunque altro obbligo a Noi dovuto, rimanendo però sempre salvo a Noi ed ai nostri successori il predetto dritto feudale. Ed in segno della conceduta possessione delle predette cose date come sopra in feudo a voi ed al vostro figlio, ve ne investiamo di presenza ponendovi in mano la nostra spada.

Ed io detto Pietro Boyl a nome proprio e a nome di mio figlio ricevendo da voi mio Re queste donazioni con umile rendimento di grazie, confesso di tenere quelle cose per voi e pei successori vostri in feudo onorato secondo la consuetudine di Catalogna, e di riconoscere voi ed i vostri successori sempre per diretti Signori di essi feudi, e di accogliere voi ed i vostri successori in quelle terre, irati o pacati, sempre che ne siamo richiesti, e di fare ogni altra cosa che sia secondo gli usi feudali di Catalogna. Per le quali cose presto a voi di presenza giuramento di fedeltà ed omaggio di bocca e di mano.

Noi pertanto mandiamo al nostro Procuratore generale e suoi Luogotenenti, ed a tutti gli Uffiziali e sudditi nostri presenti e futuri di tener ferme, e di osservare e far osservare dagli altri tutte le cose finora dette, in fede di che mandiamo scriversi la presente Real Carta, e munirsi del nostro sigillo di piombo.

Valenza, addì sei maggio, anno del Signore mille trecento sessantaquattro, del Regno nostro il vigesimo nono.

RE PIETRO ❄ Segno del Re d’Aragona ecc. ecc.

Testimonii sono VITALE Vescovo di Valenza.

GIACOMO Vescovo di Marocco ecc. ecc.

Segno di PIETRO BOYL, che la detta donazione in feudo ricevette e il giuramento a Voi prestò e presta ecc.

Darem dopo questo un cenno della successione dei baroni di Putifigari senza fermaci sull’origine di questa famiglia, la cui antichità, comecchè ben alta, si volle portare ancora più in là da alcuni genealogisti, che indicarono i principii della medesima in una schiatta principale de’ Goti di Spagna, la quale, trapiantata dopo l’invasione de’ Mori nella Gallia Narbonese, vi ottenne uno stato del quale era capoluogo il castello di Boyl; narrandosi in seguito, che nel 738 dell’era volgare Arenario, capo dei supposti conti di Boyl, volendo ristaurare in Spagna lo stato de’ suoi maggiori, lasciato al fratello secondogenito Berengario quanto possedeva in Francia, passasse con grande comitiva di cavalieri e vassalli i Pirenei, e che nominasse di Boyl il primo castello da lui conquistato sui Saraceni in sulle falde meridionali de’ Pirenei. Siffatte asserzioni non essendo sostenute da nessun documento storico, debbono porsi tra le tradizioni non autentiche.

Sorpassando questi fatti poco certi, noteremo trovarsi in storici antichi che quando cominciava a ingrandirsi lo stato di Aragona, già avea un signore particolare il castello di Boyl; che Fortuno Garzia ricuperò un’altra volta da’ Saraceni quel castello; che fu suo figlio e successore Ximene Garcia, cavaliere di valore famoso nelle battaglie contro gl’infedeli; che dopo questi ottenessero la giurisdizione sopra il feudo un altro Ximene Garzia, nominato dallo Zurita come nemico fiero contro i Maomettani; poi Inigo Lopez, di cui dice il precitato autore, che guadagnasse una gran battaglia contro i Saraceni nella valle di Riba-Gorsa; succedendo a lui un Ximene Garzia III, di cui dicesi essersi trovata menzione in una carta di donazione del Re Sancio; a Ximene il suo figlio Arnaldo Miro, che fu conte di Sallas per il suo matrimonio con la contessa D. Oria; ad Arnaldo il figlio Garzia Asnar, che aggiunse a’ suoi titoli quello delle valli di Gallan e di S. Cipriano, prese in moglie Iniga Lopez di Almoravid, e viveva ancora nel 1143; a Garzia Asnar il figlio Pietro Lopez, a questi suo fratello Garzia Perez Asnar, il quale trovandosi a mal partito dopo un lungo assedio tenuto dagl’infedeli, si avvassallò al re di Aragona; a Garzia Perez suo figlio Pietro Lopez; a questi Filippo marito di D. Raimondetta de Aquillon; a Filippo il suo figlio Garzia; a Garzia il figlio Pietro; a Pietro l’unico figlio Gerardo che ebbe in moglie D. Sancia di Aragona figlia del Re D. Alfonso di Aragona; a Gerardo suo figlio Pietro che fu cavaliere del Re

D. Pietro d’Aragona e lo dissuase dall’andare al duello proposto dal Re Carlo di Sicilia, dopo che le genti di costui furono massacrate ne’ famosi vespri per consiglio ed opera del re Pietro.

Questi è il Pietro Boyl, di cui è menzione nel diploma, dove è qualificato maggiordomo del Re Giacomo, ambasciatore del Re al concilio di Vienna, al re Federico di Sicilia e al re Roberto di Napoli, capitano molto distinto nella guerra di Sicilia e nell’impresa di Almeria, e di tanta autorità ne’ consigli di guerra, che la sua opinione era sempre quella che incontrava la generale approvazione. Passato con l’infante D. Alfonso alla conquista di Sardegna, contribuì molto al prospero successo; ma finalmente moriva sotto le mura di Villaiglesias.

Con Pietro concorsero all’impresa di Sardegna Filippo Boyl e Giovanni Lopez di Boyl col suo figlio Pietrino (Pedruelo), ucciso da un giavellotto con duolo universale.

Filippo ebbe dal re Giacomo la carica di ammiraglio e titolo di riformatore dell’isola, e con Bernardo Boxados strinse così fortemente l’assedio del castello di Cagliari, che i Pisani furono obbligati a capitolare.

A Pietro succedette Raimondo, che vedesi lodato nel diploma; a Raimondo suo figlio Pietro, cavallerizzo del re D. Pietro, che servì nella guerra mossa dal giudice di Arborea, Mariano, e nel 1354, ristabilitosi nel clima patrio dalla malattia presa in Sardegna, tornò subito al campo, il che non fece nessun altro de’ cavalieri, che per la stessa causa avean preso congedo dal Re. Per la qual cosa, e per i singolari servigi suoi alla corona, il re

D. Pietro lo qualificò el cavallero sin par.

Pietro ritornando in Sardegna al campo d’Alghero, vi condusse suo figlio, giovine di ventidue anni, il quale dopo la conquista del castello d’Alghero vi fu posto dal Re con forte presidio, ed ottenne per trattato del medesimo sovrano in moglie Alisa (Alisen?), figlia minore del giudice d’Arborea, non di Mariano, che certamente non volea far alleanza con gli stranieri, cui perseguitava con odio feroce; ma del suo predecessore e fratello Pietro.

Di questa parentela con la casa d’Arborea vuolsi fosse un certo documento in una carta di donazione allo spedale di Oristano.

Ecco il Pietro Boyl, dimorante in Sardegna, e intervenuto alla espugnazione dell’Alghiera, al quale si concedeva la baronia di Putifigari.

A Pietrino succedettero per ordine questi suoi discendenti:

Giacomo I, barone II di Putifigari, che ebbe pure il governo delle milizie della guarnigione pel castello dell’Algheria. Morendo giovine e nubile, lasciò il feudo a suo fratello:

Pietro II, barone III di Putifigari, marito di D. Petronilla De’ Sena, antica nobilissima famiglia sarda, il quale con suo fratello minore Filippo, pugnarono felicemente contro i Doria, e presero il castello d’Osilo:

Pietro III, barone IV di Putifigari, fratello di Berengario, di Federico e di D. Costanza, la quale sposò

D. Martino di Alagon. Accorrendo pronto con sue genti potè salvare dalla schiavitù tutto il popolo di Villanova Monteleone, che una turba numerosissima di barbareschi traeva alle loro galere; e li salvò invadendo le medesime, e vietando che si potessero imbarcare, il che fece con soli venti soldati. Per il qual fatto ottenne il titolo di valoroso.

Federico fu uomo di lettere, e distinto in Roma tra i dotti di quella città.

Berengario fu gran parte della difesa che fecero gli Algheresi nel 1412 contro l’assalto del visconte di Narbona. In un’uscita dicesi avesse fatto prigioniero lo stesso visconte, e poi lo rimandasse libero perchè non vinto con le armi, ma sorpreso nella oscurità.

Pietro IV figlio di Pietro III, barone V di Putifigari, fratello di Bernardo Salvatore e Giacomo, marito di D. Leonora Zatrillas, servì al Re nell’Alghiera sua patria.

Bernardo fu secondo cavaliere dell’abito di S. Giovanni, e col suo fratello Giacomo servì alla corona nelle galere di Sicilia, ed ebbe il grado di generale delle medesime. Negli ultimi turbamenti di Arborea fece opera utilissima ne’ porti di Oristano e dell’Alghiera, e negli scontri con le galere di Francia e di Genova.

Salvatore fu arcidiacono della metropolitana di Oristano e riputato per virtù.

Georgio, barone VI di Putifigari, figlio di Pietro III, fratello di Filippo, di Marcantonio, e di Menzia sposata a D. Antonio di Acquesens andò con Marcantonio a servire al Re, mentre vivea suo padre, nelle guerre di Napoli, e vi si distinse. Assistette insieme col detto fratello a Raimondo Boyl (del ramo primogenito) che era vicerè in Napoli, e lo accompagnò nella sua gita a Roma per calmare l’agitazione del popolo romano e farvi rispettare l’autorità del Papa Eugenio, quindi nella battaglia navale alle isole Ponzie, all’assedio di Anversa e allo stato di Milano.

Pietro V, barone VII di Putifigari, fratello di Martino.

Pietro VI, barone VIII di Putifigari, marito in prime nozze di D. Francesca Dardona, dalla quale ebbe Francesco; in seconde nozze con D. Costanza Olives, che fu madre di Pietro genitore di Marco.

Francesco I, barone IX di Putifigari, fu castellano del castello Aragonese.

Angelo, figlio di Francesco, barone X di Putifigari, fratello di Giacomo e di Anna, servì al Re nelle guerre della Fiandra.

Giacomo fratello di Angelo, barone XI di Putifigari, essendo di pessima costituzione fisica non prese moglie.

Anna sorella di Angelo e di Giacomo, baronessa XII di Putifigari, ebbe per marito D. Agostino Angelo Sussarello, cavaliere di antica nobiltà, e distinto per il suo valore nelle guerre di Carlo V, e fu madre di sole due figlie, nominata la prima Angela Boyl-Sussarello, la seconda Margherita. Angela avendo preso il velo nel monistero di S. Chiara, fu fondatrice del monistero dell’Alghiera.

Margherita, baronessa XIII di Putifigari, prese in marito D. Matteo Pilo-Ferrali di Sassari, e fu madre di Matteo e di Margherita Boyl-Pilo.

Matteo Boyl-Pilo, barone XIV di Putifigari, servì al Re nel parlamento del Regno celebrato sotto la presidenza del conte Lemos nel 1655, e fu uno de’ membri più influenti perchè oltre il suo voto, disponeva di quello di altri trentacinque o parenti, o amici suoi; e maggiormente nelle corti del conte di Camarassa nel 1667 dove aveva oltre il suo altri cinquanta voti.

Servì parimente nel 1665 con titolo e autorità di alternos, essendo presidente del regno D. Bernardino Mattia di Cervellon, nel Logudoro e nella Gallura per esterminare le grosse bande di malviventi che infestavano le strade e vessavano le popolazioni. La qual commissione fu a lui data un’altra volta nel governo del V. R. Camarassa. In queste occasioni non solo esponea la sua vita, ma diminuiva la sua fortuna perchè assoldava dal suo molti della comitiva. Per ricomporre il turbamento destato in tutta l’isola dopo gli assassinamenti del marchese di Laconi e del Camarassa, e frenare i ribelli che tumultuavano il duca di s. Germano diede nuovamente al Boyl tutto il suo potere tanto nelle cose di giustizia, quanto in quelle di milizia, poi lo mandava nella rocca dell’Alighiera per difenderla nell’assedio, di cui era minacciata. Governando poi il regno il marchese de Los Veles, e l’arcivescovo Angulo, fu mandato con gli stessi poteri a tranquillare le suddette provincie.

Francesco Boyl-Pilo, barone XV, secondogenito di

D. Matteo, militò nello stato di Milano, mentre vivea suo padre; e finchè non morì suo fratello maggiore. Investito della baronia dopo la morte del padre addì 23 maggio 1693 assistette nelle corti del Montellano nel 1698, nelle quali servì al governo col suo voto e con quelli de’ suoi aderenti, che erano molti, e fu mandato con speciale delegazione nel dipartimento del Marghine per regolarvi il focaggio, e formare un esatto censimento della popolazione. Egli pure ebbe la gloria di reprimere i malviventi e annichilare le grosse bande de’ malfattori. Sposava in prime nozze D. Maria de Cervellon figlia maggiore del fu barone D. Geronimo di Cervellon, signore delle ville di Samassay ecc.,

dalla quale ebbe due figlie, la prima, D. Angela Boyl Pilo e Cervellon, sposata a D. Michele di Cervellon, Castelvì, Senno ecc. barone della Curca, marchese de Las Conquistas, governatore perpetuo del contado del Goceano ecc.; la seconda, D. Margherita, sposata a D. Domenico Brunengo cavaliere di Calatrava, conte e signore dello stato di Monteleone e signore della tonnara di Portopaglia.

Nella storia del Logudoro sotto l’anno 1714 abbiam notato per qual mezzo il Boyl venisse dall’imperatore Carlo VI elevato alla dignità marchionale, sebbene la grazia imperiale restasse senza effetto per le susseguite mutazioni politiche. Se il feudo fu ottenuto dai Boyl per insigni benemerenze, la dignità marchionale fu procurata a’ medesimi per la richiesta de’ consoli sassaresi non per suppliche particolari.

Pietro, barone XVI, sposò D. Catterina Angela Quesada, e fu cavaliere gran croce, grande di corona e capitano generale nella cavalleria miliziana.

Ebbe finalmente dal Re di Sardegna conferito il titolo e la dignità marchionale per le replicate istanze del municipio di Sassari addì 10 maggio 1757.

Francesco, barone XVII, sposò Felicita de’ conti Richelmi del Carretto di Torino, fu cavaliere gran croce, reggente del S. S. consiglio di Sardegna, ministro di stato, e vice gran cancelliere dell’ordine militare de’ santi Maurizio e Lazzaro.

Ebbe sorella D. Lucia de’ conti Ledà d’Itiri.

Vittorio, barone XVIII, fu insignito di vari ordini, grande di corona, gran cacciatore e gran falconiere del Re, governatore della Venaria e comandante generale del genio militare, e cavaliere dell’ordine supremo della SS. Nunziata.

Sposò in prime nozze D. Maddalena commendatrice Vacca e in seconde D. Catterinangela de’ conti d’Iteri.

Suo fratello Carlo ebbe titolo di conte, le insegne di vari ordini, l’ufficio di primo scudiere, quindi la dignità di grande di corte, ed è luogotenente generale ed ajutante di campo di S. M.

Francesco, barone XIX, primo scudiere del re Carlo Felice, gentiluomo di camera del re Carlo Alberto, insignito di vari ordini. Accrebbe a’ suoi titoli quello di conte di Villaflor. Sposò Carolina Tapparelli, contessa di Lagnasco, dalla quale ebbe due figli e una figlia:

Carlo Felice paggio d’onore di S. M.

Carlo Alberto ancor fanciullo.

Maria sposata al conte di Sanmartino d’Agliè.

La casa di Boyl essendosi alleata con quella di Pilo, daremo però un cenno anche su questa.

Il Fagnano che scrisse sulle antiche famiglie di Genova venuto a ragionare su quella di Pilo ne indicò l’origine in Raimondo Berengario, conte di Barcellona, e nominò capo de’ Pilo di Genova Robualdo, il quale mandato al senato di quella repubblica per affari rilevanti vi si stabilì, e pare per avere sposata qualche ricca gentildonna di Genova 1125.

Da Robualdo fu generato Ingoindo e da questo quegli altri che come primogeniti furono capi della famiglia, i nomi dei quali si possono vedere nella genealogia descritta dal Galvano.

Tra’ successori di Ingoindo fu Bartolommeo, padre di Fruttuoso, Gregorio, Luciano, Francesco Geronimo, Benedetto, e tra’ figli di Luciano fu un Gio. Battista, padre di Bartolommeo II, e tra quelli di Bartolommeo II fu Bartolommeo III, marito di Domenica Adorno, come consta dal contratto matrimoniale, che fu ritrovato negli atti del notajo Giacomo Rocca-tagliata sotto il 10 ottobre del 1547.

Questa famiglia genovese di Pilo si diramò in Sardegna e in Sicilia.

I Pilo di Sicilia furono poi marchese di Marinco e conti di Capace.

I Pilo di Sardegna primeggiarono nelle due principali città di Cagliari, e di Sassari.

Nel 1237 i Pilo di Cagliari erano de’ più notevoli, e sappiamo dalla pergamena di Oristano recentemente ritrovata che Barisone Pilo, nobile cagliaritano, comandava l’esercito del giudice di Cagliari, che si componeva di quattrocento cavalli e di duemila fanti, spedito sopra l’Arborea.

Contemporaneamente fiorivano nel Logudoro gli stessi Pilo, e si nota che nel 1235 esistevano già le armi de’ Pilo nelle case municipali di Torre e di Sassari per aver amministrato le cose comuni in uno ed altro luogo.

Dopo la detta epoca mancano le memorie dei Pilo cagliaritani, ma continuano quelle de’ Pilo di Sassari, trovandosi varie menzioni de’ medesimi nelle storie sassaresi del medio evo. Nell’anno 1386, in occasione della stipulazione del trattato di pace tra il re d’Aragona e Leonora regina d’Arborea, rappresentò la città di Sassari Gennaro Pilo con Arzoco: Giacomo … Giovanni (iterum) … e si sottosegnò.

Nel 1420 i sassaresi stanchi della dominazione, o a dir meglio, essendo prevaluta in Sassari la fazione de’ fautori di Aragona, questi mandarono ambasciatori al re Alfonso Pietro Pilo, Leonardo Sanna, Andrea Cardello, Gennaro Gambella e Stefano Dequerqui uomini di riconosciuta prudenza e di grande autorità, i quali offerirono la sottomessione di Sassari e la somma di denaro per cui il Re erasi obbligato al Visconte per la cessione de’ di lui diritti, però sotto questa condizione che fossero perpetuamente uniti al regno d’Aragona e sottoposti sempre al solo monarca.

Quirico Pilo Ferrali di D. Antonio fu governatore del Logudoro.

Questo Quirico era nipote di altro D. Quirico, che ebbe fama nelle cose militari, e comparve tra’ più valenti nelle guerre del principato di Catalogna.

D. Andrea Pilo Manca servì al Re nella guerra di Messina, e nel 1678 levò a proprie spese una compagnia di fanteria spagnuola, e dopo la disfatta della medesima ne levò un’altra, con la quale fu unito al battaglione detto il vecchio di Lisbona.

Il suo figlio minore D. Andrea Pilo fu valente giureconsulto, e servì tutta la gioventù negli impieghi civili, e morì senatore in Torino.

I Pilo si fecero pure ammirare per la religione, della quale sono argomenti i patronati, che possiede, d’un canonicato nella cattedrale di Sassari, di quattro benefizi nella basilica di s. Gavino in Portotorre, il patronato della chiesa e convento de’ frati carmelitani di Sassari, ed altro nel seminario arcivescovile di Sassari per la nomina di vari alunni.

Fu provveduto da’ Pilo a’ bisogni pure di quegli ecclesiastici che andassero a Roma per gli studi, o per gli affari di chiesa, a’ quali devansi cento scudi annui. Ma non ha guari i fondi di questa rendita furono ceduti al governo in favore della università di Sassari.

Retrocessione del feudo. Nel 1839, addì 26 marzo, fu compiuto il riscatto del feudo di Putifigari, composto del solo villaggio di questo nome, distaccato per la prima volta dal regio demanio per diploma delli 6 maggio 1364 a favore di D. Pietro Boyl.

L’accertamento delle prestazioni e de’ diritti feudali, diede il reddito di lire sarde quattromila ottocento quattordici, soldi diciannove, denari uno, da cui de-tratte le spese e gli onori del feudatario, rispondenti a lire settecentodue, soldi otto e denari cinque, residuò l’intiero reddito netto di lire quattromila centododici soldi dieci e denari otto, non avuto nessun riguardo alla rendita degli edificii e delle tanche, che non figurarono secondo la disposizione dell’articolo 1.º della sentenza del supremo consiglio nella liquidazione de’ redditi feudali.

Dopo questo essendosi dal marchese Boyl offerto a S. M. il riscatto del feudo di Putifigari, si aprirono le trattative avanti il barone Giuseppe Manno reggente relatore tra esso marchese e l’ufficio dell’avvocato fiscale generale secondo il prescritto dell’artic. 8 del R. editto 30 giugno 1838, ed essendosi dal detto marchese presentato il dispaccio ministeriale delli 18 dicembre 1838, col quale gli era stato annunziato essersi S. M. per le ragioni da lui esposte e in considerazione che il genitore del marchese fosse stato il primo ad introdurre nel regno di Sardegna il commercio e la cultura de’ sugheri degnata di accordargli, qualora operandosi il riscatto il marchese non avesse amato meglio di ritenere le foreste per se, donde proveniva tal rendita, l’aumento d’un terzo della somma di franchi tremila per quel ramo di reddito fissata nella sentenza del Supremo portandola a quattromila, affinchè nel conto liquidativo si aggiugnesse la somma corrispondente all’aumento di franchi mille, in lire sarde cinque-centoventi, soldi dieci, denari otto: finalmente dopo altre operazioni incidenti, le parti si accordarono nei seguenti articoli.

1.º Il marchese D. Francesco Maria Boyl-Pilo per se, suoi eredi e successori rilascerebbe e rimetterebbe al R. demanio con tutte le clausole abdicative il feudo di Putifigari, cedendo tutti i suoi diritti, e ne investirebbe il R. patrimonio, presso il quale rimarrebbe il pieno e libero dominio, come mai non fosse stato tal feudo distaccato dal R. demanio, e ciò con le riserve, prezzo, patti e condizioni sotto espresse.

2.º Rimarrebbero riservati, sebbene posti nel territorio del feudo a favore del marchese suddetto, suoi discendenti e successori li seguenti stabili: il palazzo baronale con le sue dipendenze; sedici case basse solite affittarsi a’ terrazzani; una fornace per cuocer tegole e mattoni, senza però nessuna bannalità; le sei tanche denominate di Rudas, de sa Ena, de Badde Melas, de sa Murighessa, de sa Marchesa, e la tanca nuova nella precisa rispettiva estensione in cui era: i quali stabili sarebbero poi dal marchese ritenuti e posseduti come proprietà privata soggetta però a quegli ordini di successione cui potessero trovarsi obbligati, e a tutti i tributi e alle dirame, cui soggiacciono e soggiaceranno i beni de’ particolari.

4.º Tale cessione sarebbe fatta dal marchese mediante il prezzo di lire sarde novantotto mila settantadue e soldi dieci, ossiano lire n. centottantotto mila ducento novantanove centesimi venti, corrispondenti al cento per cinque della rendita di lire sarde quattromila novecentotre, soldi dodici e denari sei, equivalenti a lire nuove novemila quattrocento quattordici centesimi novantasei secondo la liquidazione de’ 24 dicembre 1838 e il relativo supplemento delli 12 febbrajo 1839.

5.º Il prezzo sunnotato sarebbe corrisposto al marchese dalle R. finanze col mezzo della iscrizione sul gran libro del debito pubblico del regno della rendita a favore del marchese, che corrispondesse al cinque per cento alla somma sopraccennata.

6.º L’inscrizione resterebbe sottoposta a quegli stessi ordini di successione, a’ quali sarebbe soggetto il feudo.

7.º Se gli assegnerebbe libera affatto da qualunque vincolo l’inscrizione d’una rendita corrispondente al capitale di lire sarde trentacinque mila, pari a lire nuove sessantasette mila ducento, la quale però non dovrebbe essere nelle sue mani disponibile, se non dopo l’eseguimento degli incumbenti, che furono prescritti dalla legge a salvezza degli altrui diritti per qualunque peso reale caricato sul feudo di Putifigari.

8.º Mediante l’effettiva inscrizione a favore del marchese accesa nel gran libro del debito pubblico nel modo e con le condizioni sovraespresse, il marchese Boyl riconoscerebbe di essere pienamente satisfatto dal R. patrimonio per l’intero prezzo convenuto pel riscatto del suo feudo di Putifigari.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Putifigari
3° domenica Maggio: Nostra Signora de S'Ena Frisca, festa della patrona del paese – Riti religiosi e festeggiamenti civili con manifestazioni folcloristiche
Giugno: San Giovanni e la Sagra della Pecora
Agosto: Sagra del Mirto
Settembre: Pedalata ecologica
Novembre: Mostra Micologica del Capo di Sopra